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2003-2004. Associazione Culturale "Lequattroporte" Cirò. Sito realizzato in proprio.

Viticoltura

Dopo pochi anni dall'avviarsi della Riforma, superate le prime difficoltà, i contadini trasformarono le terre avute in assegnazione in vigneti, che andarono ad aggiungersi a quelli già esistenti e intensificarono sensibilmente la produzione di vino.

Dagli anni '50 agli inizi degli anni '80 le aree destinate alla coltivazione della vite si incrementarono fortemente in tutto il comprensorio cirotano sino a raggiungere la punta di 2.692 ettari, di cui 1.625 a Cirò Marina e 1.067 a Cirò, con una produzione vinicola complessiva di 232.000 ettolitrí, di cui 140.000 ettolitri prodotti nel primo comune e 92.000 ettolitri nel secondo'.  Il sistema più diffuso di produzione è quello cosiddetto ad "alberello pugliese" con quattro branche al massimo, che richiede un'alta incidenza di manodopera ed un uso limitato dei mezzi meccanici e che, se da un lato avvantaggia l'occupazione, dall'altro implica un rallentamento di determinati lavori, quali gli interventi antiparassitari che procedono con notevole lentezza.  Tuttavia, i nuovi orientamenti tendono verso un allargamento dei sesti, il che consentirà un più intenso e razionale impiego di mezzi meccanici e un sistema di coltura meno tradizionale.  La potatura viene effettuata corta con sperone a due-tre gemme cercando di aumentare al massimo la resa di produzione per ettaro.

Dalla seconda metà degli anni Ottanta si è notato, però, che la superficie vitata in alcune zone collinari ha subito una contrazione in considerazione sia dell'impiego limitato dei mezzi meccanici, che fa aumentare il costo di produzione, sia per effetto delle disposizioni della Cee, che premiano con incentivazioni finanziarie gli agricoltori che abbandonano definitivamente le superfici viticole.  Nelle zone più pianeggianti, invece, ove più diffusa è la meccanizzazione, non ci sono state sostanziali modifiche negli investimenti viticoli, se non nei limiti fisiologici verificatisi nell'intero settore agricolo.

Nel 1996, la produzione di vino a «Denominazione d'origine controllata», con i suoi 1.268 produttori vinicoli e 21.757.468 mq. di superficie specializzata, da cui è possibile ottenere una produzione massima di circa 18 milioni di litri di vino, nei soli comuni del «Cirò Doc», che sono Cirò, Cirò Marina, e parzialmente, Crucoli e Melissa, quest'ultima produce anche il «Melissa Doc» rappresenta la vera grande realtà produttiva della zona.  Una testimonianza dell'importanza assunta da tale specializzazione colturale è fornita dai dati delle iscrizioni a titolo definitivo nell'Albo provinciale dei vigneti, delle superfici iscritte e delle produzioni potenziali ottenibili dalle due tipologie di vino.  Le iscrizioni totali sono 1.917 per una superficie iscritta che, per la sola coltura specializzata, ricopre 29.096.900 mq. di terreno.  La produzione potenziale ottenibile in litri di vino Doc raggiunge la considerevole cifra di 24.068.046 litri di vino, cioè 32 milioni di bottiglie annue (valore minimo di mercato per singola bottiglia lire 3.000, circa 100 miliardi potenziali).  E’ una vera e propria miniera, non adeguatamente sfruttata e potenziata, caratterizzata dalla frantumazione nella produzione di uva (circa 2.000 produttori) e dalla forte concentrazione della produzione di vino, come si evince anche dall'analisi dei conferimenti delle uve al produttori di vino.  Sia nel 1995 che nel 1996 circa il 50% del Cirò Doc risulta prodotto da solo quattro case vinicole che, insieme, raccolgono l'uva di poco più dell' 80% dei produttori conferenti.

Questo comparto soffre l'assenza di un'organizzazione locale: si pensi, per esempio, alla mancanza di un «Consorzio di tutela», di un «Marchio di qualità», di un'adeguata opera di valorizzazione dell'immagine locale e, la scarsa presenza in loco di scuole di specializzazioni per.  Solo di recente le amministrazioni locali stanno riscoprendo l'opportunità economica di valorizzare l'immagine della zona di produzione del vino; in tal senso è stata avviata nel corso dell'estate 1997 la manifestazione denominata le «vie del vino» che propone un viaggio nelle aziende vinicole locali25.

 La produzione vinicola cirotana ha una storia ormai millenaria, risale infatti ai secoli della Magna Grecia la leggenda secondo la quale il vino di Krimissa (antico nome della città) veniva offerto in dono agli atleti vittoriosi delle Olímpiadi2 6.

Sulla natura e qualità dei vini prodotti nella regione, Trentin scrive nei primi anni di questo secolo: «Le Calabrie producono vini da taglio che sono forse i migliori della Penisola, hanno potenza colorante straordinaria, titolo alcolico elevato, grande ricchezza di sapore e sono esenti dal gusto terroso che si riscontra spesso nei prodotti simili di altre regioni. 1 più apprezzati sono quelli della provincia di Catanzaro, prodotti colla uva magliocco a Nicastro, Sanbiase, Gizzeria e Cirò, ma in generale i negozianti donano la preferenze alle due prime località dove la produzione è abbondante e i vini non solo riescono di tinta migliore ma presentano altresì una certa costanza di tipo.  Quelli Cirò sono invece ricercati più che per la robustezza per il grato profumo di vino vecchio che sviluppano prontamente»27. 

Il grado alcolico minimo per i vini «Cirò Doc» è di 11 gradi per i bianchi e di 12,5 per i rossi e i rosati.  Il vino prodotto è soprattutto rosso.  Il Doc «Cirò Classico» si produce nei soli comuni di Cirò e Cirò Marina; il «Riserva» ha un invecchiamento di almeno 2 anni; il «Superiore», come anche il «Riserva», deve avere un minimo di 13,5 gradi, è di quantità determinata, scaturita da annate particolari e attribuita solo dopo attente verifiche.  Per la zona del Cirò si trovano un numero di viti per ettari di 4.000-10.000; le uve nere predominanti sono gaglioppo, greco nero, nerellone, lacrima, mantonico; le bianche sono greco bianco, malvasia, moscatello, magliocco bianco, zibibbo, insolia (le ultime tre varietà solo per i vini da tavola)28.

Oggi il comparto vinicolo della zona soffre soprattutto la frammentazione aziendale che impedisce la costituzione di un consorzio di tutela ostacolando, di fatto, anche il riconoscimento della denominazione d'origine controllata e garantita che è per il vino il massimo riconoscimento previsto dalla legislazione del settore.  La tradizionale assenza di associazionismo e il vuoto legislativo che ha solo previsto la obbligatorietà dei consorzi di tutela, senza definirne le regole e rinviando, in sostanza, l'obbligo di costituzione, rappresentano un vero e proprio limite per il vino locale.  La certificazione di qualità, il controllo sulla produzione, la pubblicità e un diverso potere contrattuale nella grande distribuzione sono fra i principali vantaggi che un consorzio potrebbe offrire.  Il mercato del vino si presenta oggi particolarmente complesso: ad una riduzione dei consumi si associa una variazione nei gusti dei consumatori; a questo si aggiunge una sostanziale divisione tra vini "raffinati" e vini "comuni".  Tale tendenza implica il superamento della produzione vinicola che si colloca nella fascia intermedia e una radicale rivisitazione dei metodi di produzione e di commercializzazione.

A Cirò si assiste ad una dispersione di risorse umane ed economiche per il lancio delle singole marche di vino piuttosto che ad investimenti congiunti nella promozione del vino locale.  Nonostante gli sforzi e la professionalità presente tra i produttori, il prezzo che il mercato regionale recepisce per il vino Cirò è basso rispetto ad altri vini "simili".  Inoltre, il problema di aggiornamento del disciplinare di produzione imposto dai gusti dei consumatori costituisce una difficoltà che un consorzio potrebbe superare attraverso una maggiore influenza sul singoli produttori. 

Qualche tentativo di valorizzazione del vino Cirò attraverso la creazione di cooperative di produttori e di un consorzio di tutela in realtà c'è stato.  Nel 1955 nacque a Cirò Marina la «Cirovin», la prima organizzazione per la valorizzazione del vino locale.  Questa cooperativa ebbe il merito di far conoscere in un mercato più ampio di quello regionale il vino Cirò, per la sua produzione vitivinicola e in particolare per la bottiglia "Stravecchio 1961 " che ebbe numerosi riconoscimenti.  Per sostenere una presenza continua sui mercati, nella seconda metà degli anni '70 la «Cirovin» aderì all'allora Opera Sila (1977), tuttavia tale "fusione" non sortì, gli effetti sperati.  Nei primi anni Settanta nacque il consorzio per la difesa dei vini tipici «Cirò» e «Cirò Classico», con la testa di Apollo Aleo come simbolo.  Il tentativo fatto per mantenere in vita lo stesso consorzio falcia causa, soprattutto, della poco convinta partecipazione degli aderenti.

Da una rassegna delle aziende vinicole locali emergono le singole storie familiari, ognuna piena di una propria coloritura e a suo modo significativa e determinante per le sorti dell'azienda.  Nonostante, in molti casi, si tratti di imprenditori di seconda o terza generazione, si avverte come l'azienda sia ancora oggi un'estensione della personalità del titolare che rappresenta, allo stesso tempo, il punto di forza e di debolezza dell'impresa.  Punto di forza perché l'azienda viene costruita e tenuta in vita per lasciarla agli eredi in quanto elemento di aggregazione e condivisone del patrimonio familiare; punto di debolezza perché il vertice imprenditoriale permane identico per decenni, non essendoci meccanismi di ricambio automatici.  Cosa che spesso induce ad una logica di conservazione piuttosto che di innovazione mantenendo strutture organizzativi elementari, tipicamente verticali, nelle quali la supervisione delle attività viene svolta dal titolare che imprime la sua visione "padronale".  Non si riscontrano elementi di reale integrazione, quanto piuttosto una forma di coesione, nel senso di una forte adesione all'azienda.  A livello di direzione, è ricorrente la frase: «c'è una suddivisione delle mansioni, ma poi tutti fanno un po' di tutto».  In quest'ottica i momenti di crisi vengono dipanati direttamente dal titolare 1 e dalle sue decisioni ed i conflitti sono tenuti a livello di guardia fino alla loro esplosione nei momenti di passaggio generazionale.  Pur in un panorama di sostanziale omogeneità in termini di cultura organizzativa, emergono tuttavia alcune differenziazioni tra le imprese in relazione alle tipologie di prodotto, alla tecnologia, alle politiche di vendita.