


Viticoltura
Dopo pochi anni
dall'avviarsi della Riforma, superate le prime difficoltà, i contadini
trasformarono le terre avute in assegnazione in vigneti, che andarono ad
aggiungersi a quelli già esistenti e intensificarono sensibilmente la
produzione di vino.
Dagli anni '50 agli
inizi degli anni '80 le aree destinate alla coltivazione della vite si
incrementarono fortemente in tutto il comprensorio cirotano sino a
raggiungere la punta di 2.692 ettari, di cui 1.625 a Cirò Marina e
1.067 a Cirò, con una produzione vinicola complessiva di 232.000
ettolitrí, di cui 140.000 ettolitri prodotti nel primo comune e 92.000
ettolitri nel secondo'. Il sistema più diffuso di produzione è quello cosiddetto ad
"alberello pugliese" con quattro branche al massimo, che
richiede un'alta incidenza di manodopera ed un uso limitato dei mezzi
meccanici e che, se da un lato avvantaggia l'occupazione, dall'altro
implica un rallentamento di determinati lavori, quali gli interventi
antiparassitari che procedono con notevole lentezza.
Tuttavia, i nuovi orientamenti tendono verso un allargamento dei
sesti, il che consentirà un più intenso e razionale impiego di mezzi
meccanici e un sistema di coltura meno tradizionale.
La potatura viene effettuata corta con sperone a due-tre gemme
cercando di aumentare al massimo la resa di produzione per ettaro.
Dalla seconda metà
degli anni Ottanta si è notato, però, che la superficie vitata in
alcune zone collinari ha subito una contrazione in considerazione sia
dell'impiego limitato dei mezzi meccanici, che fa aumentare il costo di
produzione, sia per effetto delle disposizioni della Cee, che premiano
con incentivazioni finanziarie gli agricoltori che abbandonano
definitivamente le superfici viticole.
Nelle zone più pianeggianti, invece, ove più diffusa è la
meccanizzazione, non ci sono state sostanziali modifiche negli
investimenti viticoli, se non nei limiti fisiologici verificatisi
nell'intero settore agricolo.
Nel 1996, la
produzione di vino a «Denominazione d'origine controllata», con i suoi
1.268 produttori vinicoli e 21.757.468 mq. di superficie specializzata,
da cui è possibile ottenere una produzione massima di circa 18 milioni
di litri di vino, nei soli comuni del «Cirò Doc», che sono Cirò, Cirò
Marina, e parzialmente, Crucoli e Melissa, quest'ultima produce anche il
«Melissa Doc» rappresenta la vera grande realtà produttiva della
zona. Una testimonianza
dell'importanza assunta da tale specializzazione colturale è fornita
dai dati delle iscrizioni a titolo definitivo nell'Albo provinciale dei
vigneti, delle superfici iscritte e delle produzioni potenziali
ottenibili dalle due tipologie di vino.
Le iscrizioni totali sono 1.917 per una superficie iscritta che,
per la sola coltura specializzata, ricopre 29.096.900 mq. di terreno.
La produzione potenziale ottenibile in litri di vino Doc
raggiunge la considerevole cifra di 24.068.046 litri di vino, cioè 32
milioni di bottiglie annue (valore minimo di mercato per singola
bottiglia lire 3.000, circa 100 miliardi potenziali).
E’ una vera e propria miniera, non adeguatamente sfruttata e
potenziata, caratterizzata dalla frantumazione nella produzione di uva
(circa 2.000 produttori) e dalla forte concentrazione della produzione
di vino, come si evince anche dall'analisi dei conferimenti delle uve al
produttori di vino. Sia nel
1995 che nel 1996 circa il 50% del Cirò Doc risulta prodotto da solo
quattro case vinicole che, insieme, raccolgono l'uva di poco più dell'
80% dei produttori conferenti.
Questo comparto soffre
l'assenza di un'organizzazione locale: si pensi, per esempio, alla
mancanza di un «Consorzio di tutela», di un «Marchio di qualità»,
di un'adeguata opera di valorizzazione dell'immagine locale e, la scarsa
presenza in loco di scuole di specializzazioni per.
Solo di recente le amministrazioni locali stanno riscoprendo
l'opportunità economica di valorizzare l'immagine della zona di
produzione del vino; in tal senso è stata avviata nel corso dell'estate
1997 la manifestazione denominata le «vie del vino» che propone un
viaggio nelle aziende vinicole locali25.
La produzione
vinicola cirotana ha una storia ormai millenaria, risale infatti ai
secoli della Magna Grecia la leggenda secondo la quale il vino di
Krimissa (antico nome della città) veniva offerto in dono agli atleti
vittoriosi delle Olímpiadi2 6.
Sulla natura e qualità
dei vini prodotti nella regione, Trentin scrive nei primi anni di questo
secolo: «Le Calabrie producono vini da taglio che sono forse i migliori
della Penisola, hanno potenza colorante straordinaria, titolo alcolico
elevato, grande ricchezza di sapore e sono esenti dal gusto terroso che
si riscontra spesso nei prodotti simili di altre regioni. 1 più
apprezzati sono quelli della provincia di Catanzaro, prodotti colla uva
magliocco a Nicastro, Sanbiase, Gizzeria e Cirò, ma in generale i
negozianti donano la preferenze alle due prime località dove la
produzione è abbondante e i vini non solo riescono di tinta migliore ma
presentano altresì una certa costanza di tipo.
Quelli Cirò sono invece ricercati più che per la robustezza per
il grato profumo di vino vecchio che sviluppano prontamente»27.
Il grado alcolico
minimo per i vini «Cirò Doc» è di 11 gradi per i bianchi e di 12,5
per i rossi e i rosati. Il
vino prodotto è soprattutto rosso.
Il Doc «Cirò Classico» si produce nei soli comuni di Cirò e
Cirò Marina; il «Riserva» ha un invecchiamento di almeno 2 anni; il
«Superiore», come anche il «Riserva», deve avere un minimo di 13,5
gradi, è di quantità determinata, scaturita da annate particolari e
attribuita solo dopo attente verifiche.
Per la zona del Cirò si trovano un numero di viti per ettari di
4.000-10.000; le uve nere predominanti sono gaglioppo, greco nero,
nerellone, lacrima, mantonico; le bianche sono greco bianco, malvasia,
moscatello, magliocco bianco, zibibbo, insolia (le ultime tre varietà
solo per i vini da tavola)28.
Oggi il comparto
vinicolo della zona soffre soprattutto la frammentazione aziendale che
impedisce la costituzione di un consorzio di tutela ostacolando, di
fatto, anche il riconoscimento della denominazione d'origine controllata
e garantita che è per il vino il massimo riconoscimento previsto dalla
legislazione del settore. La
tradizionale assenza di associazionismo e il vuoto legislativo che ha
solo previsto la obbligatorietà dei consorzi di tutela, senza definirne
le regole e rinviando, in sostanza, l'obbligo di costituzione,
rappresentano un vero e proprio limite per il vino locale.
La certificazione di qualità, il controllo sulla produzione, la
pubblicità e un diverso potere contrattuale nella grande distribuzione
sono fra i principali vantaggi che un consorzio potrebbe offrire.
Il mercato del vino si presenta oggi particolarmente complesso:
ad una riduzione dei consumi si associa una variazione nei gusti dei
consumatori; a questo si aggiunge una sostanziale divisione tra vini
"raffinati" e vini "comuni".
Tale tendenza implica il superamento della produzione vinicola
che si colloca nella fascia intermedia e una radicale rivisitazione dei
metodi di produzione e di commercializzazione.
A Cirò si assiste ad
una dispersione di risorse umane ed economiche per il lancio delle
singole marche di vino piuttosto che ad investimenti congiunti nella
promozione del vino locale. Nonostante
gli sforzi e la professionalità presente tra i produttori, il prezzo
che il mercato regionale recepisce per il vino Cirò è basso rispetto
ad altri vini "simili". Inoltre,
il problema di aggiornamento del disciplinare di produzione imposto dai
gusti dei consumatori costituisce una difficoltà che un consorzio
potrebbe superare attraverso una maggiore influenza sul singoli
produttori.
Qualche tentativo di
valorizzazione del vino Cirò attraverso la creazione di cooperative di
produttori e di un consorzio di tutela in realtà c'è stato.
Nel 1955 nacque a Cirò Marina la «Cirovin», la prima
organizzazione per la valorizzazione del vino locale.
Questa cooperativa ebbe il merito di far conoscere in un mercato
più ampio di quello regionale il vino Cirò, per la sua produzione
vitivinicola e in particolare per la bottiglia "Stravecchio 1961
" che ebbe numerosi riconoscimenti.
Per sostenere una presenza continua sui mercati, nella seconda
metà degli anni '70 la «Cirovin» aderì all'allora Opera Sila (1977),
tuttavia tale "fusione" non sortì, gli effetti sperati. Nei primi anni Settanta nacque il consorzio per la difesa dei
vini tipici «Cirò» e «Cirò Classico», con la testa di Apollo Aleo
come simbolo. Il tentativo
fatto per mantenere in vita lo stesso consorzio falcia causa,
soprattutto, della poco convinta partecipazione degli aderenti.
Da una rassegna delle
aziende vinicole locali emergono le singole storie familiari, ognuna
piena di una propria coloritura e a suo modo significativa e
determinante per le sorti dell'azienda.
Nonostante, in molti casi, si tratti di imprenditori di seconda o
terza generazione, si avverte come l'azienda sia ancora oggi
un'estensione della personalità del titolare che rappresenta, allo
stesso tempo, il punto di forza e di debolezza dell'impresa.
Punto di forza perché l'azienda viene costruita e tenuta in vita
per lasciarla agli eredi in quanto elemento di aggregazione e
condivisone del patrimonio familiare; punto di debolezza perché il
vertice imprenditoriale permane identico per decenni, non essendoci
meccanismi di ricambio automatici.
Cosa che spesso induce ad una logica di conservazione piuttosto
che di innovazione mantenendo strutture organizzativi elementari,
tipicamente verticali, nelle quali la supervisione delle attività viene
svolta dal titolare che imprime la sua visione "padronale". Non si riscontrano elementi di reale integrazione, quanto
piuttosto una forma di coesione, nel senso di una forte adesione
all'azienda. A livello di
direzione, è ricorrente la frase: «c'è una suddivisione delle
mansioni, ma poi tutti fanno un po' di tutto».
In quest'ottica i momenti di crisi vengono dipanati direttamente
dal titolare 1 e dalle sue decisioni ed i conflitti sono tenuti a
livello di guardia fino alla loro esplosione nei momenti di passaggio
generazionale. Pur in un panorama di sostanziale omogeneità in termini di
cultura organizzativa, emergono tuttavia alcune differenziazioni tra le
imprese in relazione alle tipologie di prodotto, alla tecnologia, alle
politiche di vendita.